´U BOIACANI

´U BOIACANI  – agrigento racconta ´U BOIACANI La carretta bluastra di proprietà del Comune era stata trascinata a fatica in cima alla salita di Piazza Municipio dall´ansimante Cuncittuzza, ´a sciccaredda di Raffaele che ora si sentiva più tranquillo dato che sino a Porta di Ponte ed oltre la povera bestia avrebbe avuto poco da faticare essendo la strada tutta in discesa. Le scarpe di copertone di automobile che con tanto amore le aveva fatto costruire con saggia previdenza, gliele aveva affibbiate saldamente agli zoccoli prima di quella salita e quelli la avrebbero salvaguardata dai terribili scivoloni a cui sistematicamente andavano incontro i ferrati quadrupedi di tanti sprovveduti proprietari. Cuncittuzza no! Perché padrone Raffaele rispettava quella sua vecchia ma onesta compagna di tanto lavoro e di tante fatiche. Ora, in cima a quella salita Raffaele poteva finalmente dedicarsi all´altra inseparabile compagna, la pipa di terracotta la cui cannuccia più volte smozzicata aveva

finito col rendere molto prossimo alla sua stessa faccia quell´affascinante fornelletto. La caricò, l´accese attardandosi in quella operazione per assaporare quella prima deliziosa boccata dal sapore di zolfo. Poi, col gesto magistrale di una collaudata ritualità ripiegò il coperchietto di lucidissimo metallo, ne sentì lo scatto e si tranquillizzò. Soddisfatto rivolse lo sguardo alla sua Concettina quasi a comunicarle che ora tutti e due potevano godersi la passeggiata. Sapeva in verità Raffaele che il servizio che stava rendendo al Comune ed alla Cittadinanza non era gradito specialmente ai ragazzini che appena si accorgevano che la distanza dell´accalappiacani da quella carrettella poteva considerarsi “di sicurezza” si avvicinavano per scrutare se all´interno di quelle minuscole prigioni vi fosse già qualche vittima e poter dimostrare almeno solidarietà. Intanto con atteggiamento conforme al ruolo e reso imponente dalla considerevole prestanza fisica, incedeva con passo lentissimamente cadenzato e quasi maestoso il “BOIACANE”. Quel nome quasi spregevole era l´unica rivalsa che si potevano prendere i ragazzini che da che mondo è mondo hanno sempre avuto un debole per gli animali : ma che accalappiacani : quello è il boiacane e basta!. Nessuno sapeva se quello fosse un lavoro protetto come quello dei funzionari nell´esercizio delle proprie funzioni, ma a scanso di equivoci, a debita distanza, quasi con l´intenzione di non farsi coinvolgere, completava quel corteo un brigadiere delle guardie di Città fingendo estraneità. Zì Turiddu come tutti lo chiamavano un po´ per rispetto e un po´ perché……non si sa mai…aveva gli occhi azzurri ed era sempre dignitosamente vestito e spesso indossava una giacca alla pakistana e sempre pantaloni alla cavallerizza e robusti gambali di cuoio che lo salvaguardavano dagli eventuali assalti dei cani più grossi e non trascurava di proteggere le braccia con opportuni bracciali anch´essi di cuoio. Raffaele e Concettina erano noncuranti: non ci entravano loro con quel lavoro: erano lì per guadagnarsi la giornata. E poi quello sguardo serio e sempre distratto, quasi trasognato di Raffaele non concedeva spazio al dubbio: loro erano estranei e basta! E non apparteneva neppure a loro quella carrettella a quattro scomparti sovrastati da una grata da cui si scorgevano musi ed occhi imploranti quando all´interno c´erano dei malcapitati. Quel giorno Zì Turiddu, superata Porta di Ponte, si avviò verso la Passeggiata dove era stata segnalata la presenza di chissà quale pericolosissimo molosso. ” Qui ci sono canacci randagi” aveva protestato energicamente una vecchia acida zitella. “Questa è una vergogna!” ” Come mai non provvedete?” E Zì Turiddu si incamminò in obbedianza alle superiori disposizioni che davano seguito alla energica rimostranza dell´acida concittadina e quando fu nei pressi dell´Emiciclo Cavour avrebbe desiderato essere privo di vista e non vedere quella lanosa bestiolina che inconsapevole ed imprevidente quasi andava a scodinzolargli tra le gambe. Si sentì un vile. Mortificato da quella presenza e da quell´apparato di rete, di lacci di gambali e di bracciali, avrebbe voluto graziarla: ma LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI e l´accalappiò ma si sentì un verme. Poi, mentre la riponeva penzolante in quel triste abitacolo sentì implorante il grido straziato della giovanissima padroncina Dely che tra i singhiozzi gridava implorando: Puffy no! No! Puffy no! fonte rivista Agrigentini a Roma

Redazione

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