Il mito di Giovanbattista Vico

Ж Prologo
Alla luce delle infinite metafisiche, dell’infinita ricerca che è e sempre sarà, in quest’ottica si inserisce il pensiero di Vico. Il retaggio religioso evidente viene superato non da un Dio morto, ma in un linguaggio che uccide l’uomo per farlo rivivere nel “Provare senza sentire”. Probabilmente, a Vico, manca il coraggio nella figura di Eracle di sviscerare i miti di Euripide con “Eracle legato alla colonna” e quello di “Admeto e Alcesti”. Con questi miti ci chiediamo: perché Eracle si sveglia e non ricorda di avere ucciso i figli? Perché dopo essere andato nell’Ade e salvato Alcesti, questi col capo ricoperto da un velo nero, non ricorda? Eppure Eracle la riporta dal suo amatissimo Admeto; ma ormai sembra essere un’altra persona.
Il fatto tragico inizia con la questione del tempo: il tempo della rappresentazione, il tempo della nostra presentazione a questa vita. La rappresentazione è comprensiva di un tempo “bombato” all’interno di un altro tempo; l’altro tempo e quello della presentazione, quello eterno dell’uomo ciclico, ripetuto in sé nei suoi mali, nelle sue barbarie. Questo è il tempo mimetico, quel tempo probabile di cui i greci forse, si resero conto e, in alcune parti lasciarono tracce.
Ma ormai oggi, non è più il caso di parlare di greci e latini, è certo che al di là di ogni idioma linguistico una cosa è comune e sicura: la morte. Se non si muore non si può rinascere. Questo probabilmente è il vero messaggio comune a ogni popolo: imparare a morire. In
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questo, il mito è il più vero, muore e rivive in ogni momento, in ogni racconto, in ogni simbolo e figura. In ogni parola. L’uomo. La parola è mito. L’uomo è mito e parola. L’uomo è mito, parola, arte. In sé è in potenza l’arte completa, non ha bisogno di modernismi, di ismi
all’infinito. “Nell’avvertire senza sentire” Vico si supera, ed è così che in fin dei conti, indica la “divinazione”, il divinare e prevedere-prevenire, in un luogo comune.
Luogo che sconfina nella comune matrice artistica di ogni popolo, in cui è proprio il carattere comunitario dell’anonimato, dove il soggetto è tale unicamente nel sapersi dire altro: “Che si dice”. Il dire proprio è come volere dire degli altri in senso di appropriazione.

Francesco Taormina

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