L’abbruciareddu (Le spighe abbrustolite)

L’abbruciareddu (Le spighe abbrustolite) “L’abbruciareddu…?…e chi è ssa cosa?”, mi rispose Massimo, quindicenne, con un’espressione mista tra ignoranza e curiosità. “Una dimostrazione è meglio di tante spiegazioni…”risposi prendendo la macchina ed invitandolo a seguirmi. Strada facendo… La nostra collettività è stata sempre attenta alle tradizioni che i nostri “vecchi” si tramandavano; le eseguivano nei giusti tempi e tramandandole a loro volta. I più buoni sapori, le più seducenti bellezze, tutto ciò che di buono ci offriva la natura non avevano segreti per chi lavorava la terra e dei suoi frutti si sosteneva. Sapori che cominciano a cancellarsi dall’archivio della memoria storica, importante vettore che fino ad un cinquantennio fa mandava avanti la conoscenza accumulata nei secoli. Quante informazioni, nozioni, si sono perdute dopo secoli di esperienze e di osservazioni! “…e chi è…ssa cosa…?” Era costume che durante il mese di Maggio, quando i chicchi delle spighe di grano, ormai piene del loro saporito “latti”, cominciavano ad indurirsi (questa metamorfosi era soggetta alla quantità di calura che in quel periodo il sole riusciva ad emanare), si raccogliessero le spighe con le “teste”più grosse e ben piene; la raccolta era

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minuziosa ed attenta dato che “lu fusu”, il gambo che sostiene la spiga, svolgeva un ruolo molto importante. Un grosso mazzo di grano dal colore giallo verdastro veniva formandosi, tanto grosso che la mano riusciva a stento a reggerlo. Dopo la raccolta ci si metteva in un posticino per terra e si procedeva alla selezione delle spighe, stando bene attenti scegliere quelle ben piene e con il gambo grosso e lungo. Il gambo assolveva un duplice e molto importante ruolo; infatti le spighe raccolte erano destinate ad un doppio uso: primo a fare “l’abbruciareddu”, secondo per eseguire “li spichi ‘ntrizzati”. Erano due operazioni con fini diversi; mentre il primo soddisfaceva il palato, il secondo contentava la vista. In questo periodo, tra Maggio e Giugno, molte donne facevano richiesta ai loro mariti o padri o fratelli di andare “’n campagna a fari l’abbruciareddu”; nessun contadino, proprietario dei campi, vietava a chicchessia di cogliere un mazzo di spighe, anzi spesso, se si trovava nei paraggi, aiutava l’amico, il conoscente, il paesano a cogliere il più buono, quello “cu la testa cchiù grossa”; “l’abbruciareddu” non si rifiutava a nessuno. La sera centinaia di contadini, a cavallo dei loro muli, ritornavano a casa e quasi tutti avevano “un mazzu di abbruciareddu” attaccato “a lu sidduni”; la quantità variava da persona a persona, a seconda di quello che ne doveva fare e a quanto numerosa fosse la famiglia. Tantissimi ragazzi si recavano per i campi vicini al paese “a fari un’abbruciareddu” che consumavano sul posto immediatamente. Prendendo mangiate di erba secca, molto abbondante in quella stagione, improvvisavano un bel falò sulla cui fiamma veniva fatto rotolare il mazzetto di spighe; al primo contatto col fuoco “li capiddi di li spighi”facevano una bella vampata lasciando i grassi chicchi “cuzzuluti”e bruciacchiati; solo allora avveniva la vera cottura “di lu bruciareddu”che doveva essere sì cotto, ma non bruciato. Sulla fiamma, tenuta sempre viva aggiungendo un “pugnu d’erba sicca”ogni tanto, il mazzo di spighe veniva fatto girare in continuazione in maniera che il calore abbrustolisse con delicatezza i chicchi pieni del delizioso contenuto semi solido; appena si capiva che la cottura era a punto giusto (questo avveniva con l’esperienza oppure con ripetuti assaggi, aprendo ogni tanto un chicco spogliandolo dalla pula) “lu bruciareddu”era pronto per essere preparato e mangiato. Si staccava dal gruppo una spiga ormai resa priva dei peli e cotta a puntino, si schiacciava leggermente sul palmo della mano imprimendo con l’altra un movimento rotatorio continuo in modo da liberare il chicco dal suo contenitore protettivo esterno; eseguita questa operazione, la più delicata, si passavano i chicchi ormai nudi ma mischiati con la pula da un palmo della mano all’altra soffiando nel contempo con la bocca in maniera che la pula, più leggera, venisse spazzata via e restassero solamente i chicchi abbrustoliti; a questo punto il pranzo era servito, con un preciso movimento si portava il palmo della mano sulla bocca lasciando che i chicchi di grano ancora caldi la riempissero. Masticare quel liquido semi solido, tiepido, gustosissimo, era qualcosa di più del semplice cibarsi, era qualcosa di eccezionale che solamente per un breve tempo dell’anno era permesso gustare e… solamente agli intenditori. Le spighe venivano utilizzate anche per eseguire lavori a mano che non tutti riuscivano ad eseguire. Proprio in quel periodo e solamente allora, il lungo gambo della spiga presentava una duttilità tale da poter essere lavorato come un pezzo di spago; passato quel preciso periodo, lo stelo cominciava ad indurirsi fino al punto di spezzarsi al solo tentativo di piegarlo. Dei vecchi contadini, avvezzi all’utilizzo di tutto ciò che la natura offriva loro, riuscivano a confezionare, utilizzando dei mazzi di bionde spighe, dei veri e propri capolavori di arte campagnola. Scegliendo accuratamente spighe belle grasse, con lo stelo particolarmente robusto e lungo, confezionavano dei mazzi di consistenza tale da essere contenute nel palmo della mano di un adulto; poi procedevano a piegare, tutto intorno al mazzo, gli steli fino a formare una raggiera in giro al nucleo centrale formato dalle spighe; in seguito con destrezza si procedeva ad accavallare gli steli uno sull’altro girando in continuazione il mazzo col peloso vertice rivolto in basso; questa operazione continuava senza sosta accavallando gli steli e facendo girare il mazzo fino a quando c’era disponibilità di stelo. Con la continua sovrapposizione “di li busi”, degli steli, veniva formandosi un cordone forte nel contenuto e deliziosamente elegante attorno al mazzo centrale creando, così, un capolavoro d’intreccio che trasformava un semplice mazzo di spighe in una preziosa opera d’arte artigianale della tradizione contadina. Il maggiore prodotto artistico realizzato “cu l’abbruciareddu” era rappresentato dall’unione di tre, a volte anche più, mazzi messi assieme; in questi casi si realizzava un mazzo con tre bracci, ognuno dei quali era rivestito da un artistico intreccio separato dagli altri. Il fulcro centrale era uno solo, cioè si voleva rappresentare una composizione, ma giunta a metà del pilastro centrale si dipartivano tre rami più piccoli anch’essi intrecciati con lo stesso metodo del principale. Non era lavoro facile; mentre il mazzo ad una colonna era accessibile a tante persone, quello a tre era privilegio di quei pochi che hanno ricevuto tale insegnamento dai loro padri e nonni con l’impegno, forse, che l’avrebbero tramandato ai loro discendenti, cosa questa che non hanno potuto realizzare! Questi artistici mazzi di “abbruciareddu” venivano collocati sugli armadi in posto ben visibile, a volte usati come centro tavola, a significare l’abbondanza del grano e la bellezza della destrezza. In qualche casa, tutt’ora, possono vedersi dei semplici mazzetti di spighe a formare un bel bouquet ad augurio di benessere e abbondanza per la famiglia; molto difficile, se non impossibile trovare quelle artistiche composizioni che hanno richiesto tanto tempo ed attenzione, anche di qualche nostro avo.

 

Giovanni DAngelo

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