Varsalona, l’ultimo brigante, Nel latifondo siciliano tra ‘800 e ‘900. Vittorietti, Palermo 2010.

Varsalona, l’ultimo brigante, Nel latifondo siciliano tra ‘800 e ‘900.  Vittorietti, Palermo 2010.   Il   Brigantaggio è un fenomeno estremamente serio che bisogna sfrondare di tutte le romanticherie che lo circondano per comprenderlo pienamente. Esso è molto complesso e affonda le sue radici nella storia isolana, fatta di dominazioni straniere, di  fame e povertà, sopraffazioni, prevaricazioni, angherie d’ogni genere perpetrate ai danni di braccianti, zolfatari e lavoratori da parte di antichi e nuovi padroni, dal baronaggio, che è stato accanto alla mafia – l’altra infamia della Sicilia, e da una classe politica inetta che non ha saputo dirigere o governare il rinnovamento della società siciliana ma ha operato con avidità e arroganza a vantaggio proprio e dei famili. E non è assolutamente da confondere con la mafia, perché mentre il brigantaggio è combattuto dalla stessa delinquenza organizzata e dallo stato, la mafia s’insinua nei gangli del potere e flirta con le forze governative.Quando non le serve più,essa combatte i briganti, i delinquenti di piccolo cabotaggio e interviene nella loro eliminazione. Così è successo con i “Gattareddi”, così è capitato con Salvatore Giuliano, autore della infame strage di Portella delle Ginestre, così è accaduto in occasione del sequestro del giovane barone Agnello (metà del XX secolo), che fu rimesso in libertà quando giunse “l’ordine” di liberarlo. Qualcosa di simile, per dare un’idea, è successo a Napoli in occasione del sequestro ad opera delle brigate rosse di Ciro Cirillo, assessore campano. Per il troppo schieramento di forze dell’ordine la camorra non poteva ottemperare con tranquillità ai suoi loschi affari e si adoperò per la liberazione del prigioniero.

La stessa cosa capita alla mafia col brigantaggio. Francesco Paolo Varsalona è un brigante sui generis, con una storia che ci apprestiamo a ricordare succintamente. Egli “in definitiva fu un prodotto più che organico, conseguente, scontato, persino necessario della società del latifondo nei tempi del passaggio tra ottocento e novecento, in quella Sicilia che tra molti ripensamenti e altrettante perplessità da alcuni decenni faceva parte del Regno d’Italia” (Lo Scrudato, pag. 238); uno di quei contadini o pastori che abitavano il nostro latifondo e dei quali “condivideva un universo di valori che gli facevano sognare non un mondo di giustizia…” ma un mondo di sopraffazione nel quale acquisire un ruolo importante (pag. 237), perché -sostiene F. Renda- il villano siciliano è nel profondo “un essere ribelle, un sovversivo, un sanguinario ammazzatutti, artefice delle più tremende jacqueries” (in VLS, pag.237). Lo storico di Cattolica E. non inventa nulla perché, al riguardo, basterebbe rileggere le relazioni dei sottoprefetti di Bivona (in A. Marrone,Il distretto ,Il Circondario ed il Collegio elettorale di Bivona (1812-1880), Bivona, 1996) Espressione, quindi, di un mondo che ci appartiene, o al quale apparteniamo, e che Vito ha ricostruito, vagliando con acume critico e col piglio del ricercatore di razza le fonti d’archivio, le pagine dei giornali d’epoca, relazioni dei responsabili delle forze dell’ordine e altri documenti. La sua indagine, che riguarda la situazione socio-economico-culturale della Sicilia del XIX secolo, privilegia naturalmente il punto d’incontro delle province di Palermo-Caltanissetta-Agrigento, con i paesi di Castronovo e Cammarata, teatro delle imprese di Varsalona, dando vita ad un quadro di fondo scientificamente inappuntabile, non risparmiando nessuno e pronunciando una netta condanna sul modo in cui si compì il Risorgimento, sulla mafia e le sue connivenze, sulla miopia di chi avrebbe dovuto alleviare i problemi dell’Isola e che invece li ha incancreniti.Varsalona non era uno dei briganti di quelle bande che si costituirono nei primi anni dell’Unità, negli anni successivi alla spedizione garibaldina e per venire a capo delle quali il neonato Regno d’Italia dovette impiegare metà dell’esercito. La sua vicenda si matassa dopo ma a questo punto, provocatoriamente, un po’ di sano revisionismo storico non guasta. Sostiene Lo Scrudato che mafia e brigantaggio  trassero linfa dalla rivoluzione garibaldina (pag. 53) e che il centralismo sabaudo fece il resto. I Siciliani avevano risposto in maniera entusiastica al richiamo di Garibaldi, ma i “piemontesi” in Sicilia s’installarono con i sistemi che le potenze coloniali europee utilizzavano in Africa. Diciamo subito che non si trattò d’una guerra di liberazione, perché nessun meridionale viveva sotto lo straniero, ma di una conquista perpetrata con un vero atto di pirateria, cioè di banditismo marinaro. Cavour non poteva attaccare militarmente uno stato sovrano quale il Regno delle Due Sicilie; le potenze europee non gliel’avrebbero perdonato, e allora ordì la congiura con la complicità della mafia e della massoneria inglese,  coinvolgendo quello sprovveduto –politicamente parlando- di Garibaldi. Sarebbero bastati quattro colpi di fucile per disperdere i Mille appena sbarcati ma ciò non avvenne. Che ci facevano le navi inglesi alla fonda nel porto di Marsala? Ancora oggi, a più di 150 anni da quella spedizione, oltre 150.000 pagine sulla vicenda sono ancora secretate. Garibaldi, che sul letto di morte pare abbia esclamato “Non è questa l’Italia che sognavo”, lasciò intravedere una riforma agraria ma quando i braccianti passarono ai fatti, per prendersi le terre promesse, la risposta fu il piombo, come, per citare un solo esempio, a Bronte (senza voler entrare nel dettaglio dei torti e delle ragioni). I Siciliani speravano nel federalismo ma caddero dalla padella nella brace. Nessuna autonomia! Il Parlamento isolano, abolito dai Borboni subito dopo il Congresso di Vienna, era il più vecchio d’Europa e, anche se svuotato di reali poteri, era l’orgoglio del nostro popolo. Per lunga consuetudine i giovani siciliani erano esenti dal servizio militare, che era volontario. Il nuovo stato introdusse la coscrizione obbligatoria con grande disorientamento e disappunto delle famiglie e dei giovani stessi: era impensabile sottrarre braccia all’agricoltura per  5 anni: tanto durava il servizio di leva. Molti, allora, per sfuggire alla chiamata alle armi si diedero alla macchia impinguando le fila del brigantaggio. Sempre il nuovo stato introdusse la tassa sul macinato, considerata dai più come una tassa sulla miseria, e nuove imposte indussero molti piccoli proprietari a vendere il terreno per pagare le tasse. Insomma, le speranze dei Siciliani di un armonico inserimento della nostra Isola nel Regno d’Italia vennero frustrate e nel 1866 il popolo siciliano, alle elezioni, votò contro il governo e a Palermo ci furono dei tafferugli in occasione del genetliaco di re Vittorio, che non sapeva parlare bene l’Italiano.  L’insofferenza verso i nuovi barbari venuti dal Nord aumentava costantemente e il nuovo stato si rivelava come il cane che si morde la coda, combattendo da un lato il banditismo, con provvedimenti liberticidi come la  Legge Pica, e dall’altro impinguandolo dando la caccia ai giovani renitenti. Molte le bande che operarono in quegli anni: Pugliese, Valvo, Randazzo, Riggio, Leone, Lombardo. Alla banda Capraro apparteneva il padre di Francesco Paolo Varsalona, che a questo punto potremmo considerare un brigante col pedigree.  A combattere questi delinquenti furono mandati i Carabinieri che, ignari dei luoghi, della cultura e delle tradizioni delle popolazioni locali,  inanellarono  un insuccesso dopo l’altro. In Sicilia vanno interpretati anche i gesti e capito il silenzio, che da noi è molto eloquente.  Gli avvenimenti legati ai primi anni della vita nazionale unitaria trovano larga eco nelle pagine di molti autori nostri conterranei: Verga, De Roberto, Tomasi, Sciascia, Pirandello e altri per i quali si trattò di una rivoluzione di facciata: tutto era cambiato per non cambiare nulla! E non dimentichiamo il quisquinese Giovanni Pullara che in quel momento di trapasso dai Borboni ai Savoia ambienta la vicenda del capitano “Padella”, che rinnova i “fasti”, cioè i nefasti, di Testalonga, il bandito di Pietraperzia che nel ‘700 imperversò anche in questa zona.  Ma torniamo al nostro brigante le cui imprese ben presto lo proiettarono nella leggenda, alimentando attorno al personaggio un alone di mistero e invincibilità, che esercitarono un fascino perverso sulla popolazione e ne favorirono il proselitismo, anche tra i giovani rampolli di famiglie nobiliari, che per sfuggire  alla monotonia della loro agiatezza (mischineddi!) lo fiancheggiarono e gli diedero ricetto, assieme agli uomini della banda, nei loro feudi. Ciccu Paulu Varsalona, inteso con terrore e rispetto semplicemente Iddu, era nato a Castronovo nel 1860 e in gioventù aveva esercitato parecchi mestieri e principalmente quello di capraio, conducendo al pascolo il gregge in quei posti che poi costituirono il suo rifugio e il suo regno, perché proprio di Regno di Varsalona si deve parlare. La sua carriera inizia nel 1892 quando consumò il suo primo delitto uccidendo l’assassino del fratello Luigi, affiliato ad una banda di abigeatari.Egli ha ben poco del bandito romantico; è un Robin Hood all’inverso, in salsa siciliana: deruba le piccole  e medie masserie e risparmia le grandi proprietà.E’ un selvaggio, un assassino incallito che uccide per ribadire il suo potere e prestigio di delinquente, per vendetta, per punire, perché gli è stato negato un favore o perché glielo chiede una delle sue tante amanti.E qui la vicenda assume tinte boccaccesche perché Varsalona, a quanto pare, fu un amante focoso e insaziabile; basta leggere il libro del nostro Amico per rendersene conto. Quindi, anche un ladro d’alcova, con mariti e padri cornuti consenzienti che per timore atrofizzano il loro senso morale e dell’onore e gli sono grati perché hanno comprato a buon prezzo il bestiame che la banda ha trafugato. E’ un bandito innovatore, sostiene Vito col suo narrare affabulatorio, intrigante, accattivante, intriso – ove conviene – di termini dialettali, talvolta teatrale per come dipinge alcune scene. Varsalona inventò il pizzo e, dopo ogni colpo, scioglieva la banda rendendo in questo modo più difficile il compito degli investigatori; non condivideva i sequestri di persona e amava prendersi gioco delle forze dell’ordine. A Palermo assistette, travestito da prete, all’inaugurazione del Teatro Massimo in un palchetto accanto a quello del Prefetto della Città e rocambolesche furono le sue fughe Ma era ovvio che lo Stato, questo sconquassato stato, non avrebbe potuto tollerare a lungo le malefatte del brigante per cui, a poco a poco, il cerchio attorno alla banda cominciò a stringersi. Ad uno ad uno i malandrini cominciarono a cadere nella rete ordita dalle forze dell’ordine ma qualcuno, grazie a complicità, riuscì a riparare all’estero. Il brigante giorno dopo giorno era sempre più isolato. Nel processo di Termini Imerese contro i componenti della banda arrestati, tra cui il marchese Filippo De Cordova, i baronetti Coffaro e Rizzo, essi godettero delle testimonianze di insospettabili e se la cavarono con sentenze oltremodo miti. Erano gli anni del processo contro l’onorevole Palizzolo, mandante dell’assassino di Emanuele Notarbartolo e, fa notare con amarezza il nostro Autore, il popolo siciliano avrebbe dovuto cominciare ad abituarsi a sentenze contraddittorie ed equivoche  in campo politico-mafioso (pag. 181). Era chiaro, a questo punto, che la morte del bandito di Castronovo diventava imminente se non addirittura necessaria. Molti lo avevano abbandonato, ogni manutengolo aveva tentato di salvare il salvabile disfacendosi di bestiame e armi; sulla sua testa pendeva una taglia di 10.000 lire cui ne aveva aggiunta un’altra di 5.000 il barone Agnello di Siculiana, nemico di Varsalona. La fine di Ciccu Paulu si tinge di mistero. Di preciso si sa che venne ucciso la sera dell’11 dicembre 1903 nel feudo Savochello. Da chi? Dai suoi stessi complici, recita una versione; dai fratelli Mercadante per vendicarsi della violenza perpetrata dall’allupato brigante sulla giovane figlia di uno dei due; o più semplicemente, e verosimilmente, dalla mafia come recita la messinscena della sua morte e del ritrovamento a rate del cadavere: prima la testa conficcata su un palo e parecchio tempo dopo il resto del corpo. Ma siamo sicuri che non sia riuscito a scappare, nonostante il riconoscimento del cadavere (senza testa) da parte dei familiari?.                                                                                  eugenio giannone

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Intervista a Pino Aprile autore di “Terroni”

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Eugenio Giannone

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