MATRIMONIO DI PAESE – Cianciana – ( Quarta parte )

                                                                      Lu  Scrittu

Si deve scrivere tutto  “ pi  comu è ghiustu e duviri “ per come è giusto e dovere… “ Oi dumani ‘na cosa…: chiddru chi è scrittu leggiri si po’ “ oggi domani dovesse succedere qualcosa: quello che è scritto si può sempre leggere ( Verba volant…). Ma proprio tutto in quell’atto di dote “lu scrittu” nel quale annotare, punto punto, tutti i beni “ la roba” che i genitori  intendevano donare, in questo caso,  alla figliola, prossima alle nozze.
Presenti: i genitori , sia di lei che di lui, due testimoni ( a volte anche tre – quattro)  e  “ ‘n ‘omu di pinna “ un uomo di penna; un qualcuno capace di leggere e scrivere, anche se malamente, perchè a quei tempi era molto ma molto difficile trovare  “ ’n’allittratu “ un letterato. (  ‘Nna un munnu d’orbi: un guerciu è re! – In un mondo di ciechi un guercio è re! ) Sarebbe bastato un notaio….Meglio risparmiare! Ci si incontrava così  “ a banna di casa” in casa della futura sposa, in privato, e il documento, così redatto, veniva ritenuto, dalle due parti, “giuridicamente” valido. ( per loro convinzione e convenzione). L’atto di dote serviva, soprattutto,
 “ a  quatalari l’intressi di la zita; di la picciotta “  a salvaguardare gli interessi della sposa; della ragazza nel caso ( molto ma molto remoto ) di  un eventuale divorzio tra i due coniugi. Perciò, tutto ciò che veniva scritto sarebbe poi rimasto per sempre di proprietà della sposa; beni inalienabili. Lui, mastro Antonio, aveva già provveduto, con atto pubblico redatto da un notaio, a dare in dote, alla propria figliola, “ un pezzu di tettu” e dire:  pezzo è più che appropriato; in quando aveva già,  precedentemente, diviso in due parti la casa nella quale abitava. “ Chiddru chi vasta pi unu vasta pi centu! ” ( basta stringere! ) Lui, poverino, era già la seconda volta che  “ tagliava “ che separava, che stringeva, avendo già dato un pezzo del proprio tetto anche all’altra figlia, sposatasi qualche anno prima. Non era cosa di tutti dotare una figlia di  “ un  pirtusu “ un buco nel quale abitare, in quel tempo di povertà di ristrettezze economiche, in quel paese dell’entroterra siciliano, tagliato fuori dal mondo, dal progresso e, diciamo anche: dalla civiltà,  per quella gente che viveva dello stretto necessario; ma proprio stretto…Tanto stretto che, per molte famiglie, era già difficile far passare un  solo pane al giorno attraverso quel buco che con immani fatiche cercavano di praticare in quello spesso e impenetrabile muro della miseria.  “ Scrivemmu!” scriviamo!  ordinò mastro Antonio  “all’omu di pinna “.  “ Maria!…” disse poi alla moglie invitandola ad elencare quei capi di biancheria femminile. “ Se’ mmuccatura pi’ lu nasu! “ sei fazzoletti per il naso!  Maria detta e l’omu di pinna scrive ed enumera  “ Nnummaru ottu:  se’ mmuccatura…” mentre i presenti stanno tutti attenti, ma solo con le orecchie, perchè essendo tutti  completamente analfabeti, per essi è come fossero ciechi  riguardo a tutto ciò che si scrive. ( Chiddru chi nun sapi è comu e chiddru ca nun vidi.- Colui che non sa è come quello che non vede ). “ Nnummaru novi!?…” grida l’omu di pinna  “ Du’ strittiddri! “
Due reggiseni!  Risponde donna Maria. Quindi si scrive: “ Novi: dui strittiddri pi’ fimmina “ Ed ancora: due sedie, una forchetta, due cucchiaini….Si detta e si scrive fino a quando mastro Antonio conclude:  “ E infini ‘na lanceddra, cu’ un manicu, cumpleta di stuppagliu di suvaru “ Ed infine una lancella, con un manico, completa di tappo in sughero. Così come dettato, senza nulla mettere e senza nulla levare, viene scritto e poi, infine, letto, così per come poteva, dall’omu di pinna, a tono solenne, chiaro e forte. Firma dei testimoni: una crocetta ciascuno ed era tutto a posto….provvisoriamente! Tutti questi beni, così come scritti e descritti, dovevano,  per come pattuito, essere portati e sistemati nella casa dei futuri sposi, prima del loro matrimonio. Così fu fatto. C’era perfino il tappo di sughero appeso ad un chiodo infisso alla parete. “ E la lanceddra unn’è? “ e la lancella dov’è?  chiese il padre del futuro sposo a mastro Antonio. La lancella si era rotta. Sta di fatto che una volta si rompeva un piatto, un’altra volta una bottiglia…. ed insieme a questi: le scatole ed i matrimoni. A salvare questo matrimonio fu un compare di mastro Antonio che donò, ai futuri sposi, come regalo di nozze, una lancella nuova….Prima! del loro matrimonio 

    Agostino D’Ascoli

Agostino D'Ascoli

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