La Lupa di G. Verga e La Turca di A. di Giovanni

   La ‘gna Pina e cummari Maddalena sono le protagoniste della novella La Lupa di Verga e del poemetto Lu fattu di Bbissana* del Di Giovanni, due autori che, da sponde, linguaggio e luoghi diversi narrano una vicenda similare,

 che hanno sentito raccontare: il romanziere  catanese da Luigi Capuana, il félibre ciancianese da un contadino della Valplatani.
   La ‘gna Pina è la protagonista assoluta della novella e sembra divorare la scena. All’Autore bastano poche pennellate per delinearla: “era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida…e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse che vi mangiavano”.
   “La chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai – di nulla –. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare…con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti”, tirandoseli dietro solo con uno sguardo da satanasso.
   E’ una donna, rimasta vedova ancor giovane, che ha una febbre d’amore insaziabile per Nanni, che ne sposerà la figlia. Il giovane subisce la donna ma, alla fine, la uccide con un colpo di scure.
   La novella, che fa parte della raccolta Vita dei campi, è del 1880.
   Lu fattu di Bbissana è, invece, del 1900; si compone di sei sonetti e narra la storia di una donna sposata, Maddalena, soprannominata la Turca per come concupiva gli uomini.
   Ella s’invaghisce di Peppi, già promessosi a Caluzza, e lo seduce in un casalino nel feudo Bissana. ‘Ntoni, marito della Turca, abituato a subire da lungo tempo l’umiliazione, stanco infine, rivela la tresca a Caluzza, invitandola a non essere – come lui – devota di San Pasquale, protettore dei cornuti…consenzienti. La giovane, che da tempo aveva intuito, corre livida verso il poggio del tradimento, grida il suo amore a Peppi, ma una botta di sangu la fulmina.
   La Turca ha “‘na taliàta nfuscca ca t’ammaava…/…vucca lasccia e ffinta./ …e ppo’ la stucchiàta di lu scurssuni”, con addosso “lu scujetu pi Ppeppi”.
   La Lupa e la Turca, pallide entrambe e non più giovani ma attraenti e seducenti, sono dette allo stesso modo: satanasso e ‘ncifariata / diavula; attraggono e respingono ad un tempo i narratori delle due storie, che , se sembrano in qualche modo affascinati dal loro comportamento di donne libere, le condannano moralmente. Nella novella di Verga le donne, in sua presenza si segnavano; mentre il contadino del Di Giovanni esclama: “Scanzatini, Signuri!”.
   Tutto nei due racconti è soggiogato dalla presenza delle due figure femminili per le quali il tempo s’è fermato o viene scandito dal loro “scujetu”, dalla loro voglia irrefrenabile (“… dopo il pasto ha più fame che pria”, scrisse Dante). Anche il paesaggio della tragedia è il medesimo: la assolata campagna siciliana al tempo della mietitura. In entrambi gli autori prevale la rappresentazione oggettiva, tipicamente veristica, con una narrazione senza fronzoli, rapida, incisiva, essenziale per un lessico quasi “stecchito” e con ellissi che eliminano le scene superflue di collegamento, lasciate all’immaginazione intelligente del lettore. 
   Nel linguaggio del poeta ciancianese, che afferma che nel riprodurre il dramma campagnolo non s’è voluto staccare dal racconto scultoreo, vivo e drammatico che gli era stato fatto, conservando l’incisività semplice della parlata contadinesca della Valplatani, colpisce il fenomeno cosiddetto del fonografismo, cioè il tentativo di riprodurre pedissequamente  i suoni della parlata vernacolare, che se conferiscono un sapore esotico ai sei sonetti del poemetto, lo rendono di difficile lettura.
   Ma siamo agli albori della poesia del Di Giovanni, che sin d’allora aveva intrapreso a “fare pane siciliano con farina siciliana”.
   Per molti Lu fattu di Bbissana sarebbe la trasposizione poetica della novella verghiana, ma abbiamo detto che le due donne sono realmente esistite, quindi nessun rifacimento o imitazione. Ma potrebbe anche essere, e Lupa o Turca, satanasso o diavula poco cambia: sono entrambe cagne in calore, ammaliatrici che incantano con il loro incedere sinuoso e provocatorio.
   Due donne, diverse, vanno sicure incontro alla morte, che in pratica diventa un suicidio**: ‘gna Pina sa che Nanni non avrebbe resistito a lungo a quella torbida passione, mentre Caluzza, innamorata innocente, sa di essere ammalata e corre a perdifiato dando una valida mano alla morte che la coglie senza pietà.
   Sappiamo tutti della querelle tra Giovanni Verga e Alessio Di Giovanni.
   Il poeta ciancianese aveva proposto allo scrittore catanese la traduzione in dialetto dei Malavoglia, convinto che solo in quel modo quel romanzo avrebbe raggiunto le più alte vette dell’arte, quindi, col Fattu di Bbissana avrebbe inteso, forse, dimostrare al suo amico che anche il siciliano aveva raggiunto una maturità artistica tale da poter degnamente rappresentare situazioni e stati d’animo.
   Sicuramente aveva ragione il Verga, che, scrivendo i suoi racconti in italiano, nel suo italiano, affidava la sorte dei vinti alle cronache nazionali, mentre il Di Giovanni, quantunque venga considerato uno dei più grandi poeti dialettali, ha bisogno costantemente di essere riproposto.
   In ogni caso, come affermò Sciascia, il Verga parlava dalla sponda della prosa, Alessio Di Giovanni da quella della poesia.
                                                                             Eugenio Giannone
Alessio di Giovanni, Lu fattu di Bbissana, Napoli 1900.
*Definito da P.P. Pasolini “uno fra i pochi capolavori del gusto realistico”.
** Cfr. G. Verga, Nedda – Vita dei campi (a cura di G. Passarello), Palermo, 1997
 “    G. Verga, Novelle (a cura di R. Fedi), Milano, 1988

Eugenio Giannone

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