Scrusciu di ciancianeddi e Merlo o Corvo?

Non è la prima volta che ci occupiamo della produzione di Agostino D’Ascoli.
Già qualche anno fa, avevamo avuto la fortuna di prefatare la sua prima pubblicazione in versi, Pinsireddri; poi avevamo seguito da vicino la stampa di Merlo o Corvo?,


racconti editi da L’Autore libri di Firenze, che questa sera abbiamo avuto l’onore di presentare assieme all’altro volume di versi intitolato Scrusciu di ciancianeddi.
Il libro, che s’impreziosisce dell’attenta, puntuale e lucida Prefazione del caro amico Nuccio Mula, scrittore e critico d’arte d’origine ciancianese, è pubblicato per i tipi dell’AICS (Ass. Italiana Cultura e Sport).
Basterebbe uno sguardo alla prefazione di Nuccio e alla nota di IV di copertina che accompagna i racconti per avere chiaro il mondo poetico di Agostino, che è lo specchio dell’identità ciancianese, del nostro modo di sentire, sempre incerto, oscillante tra il serio e il canzonatorio, il dissacratorio, tra il sogno e la realtà, tra il sorriso e l’amara e rassegnata constatazione. Un mondo espresso con i colori che sono tipici di Agostino, cioè con un linguaggio semplice, che non vuol dire assolutamente trasandato od approssimativo, ma senza fronzoli, armonioso, essenziale, incisivo e pregnante allo stesso tempo, perché la semplicità è sempre piena e soprattutto carica di musicalità.
E’ inutile sottolineare come D’Ascoli continui la nobile tradizione poetica ciancianese, ormai vecchia di secoli. E’ sufficiente citare Mamo, Di Giovanni, Alba, Pulizzi e , tra i viventi, don Filuippo Ferraro e Giacinto Schembri.
Agostino è il poeta che apre il terzo millennio e che compendia alcune delle migliori peculiarità di quanti l’hanno precorso. La musicalità dei suoi versi, la schiettezza del dialetto usato, sono unici: non per nulla alcune sue composizioni sono state musicate e, cantate, sono divenute popolarissime. Chi di noi non ricorda “Granni sintimentu” oppure “L’onorevuli mi dissi”? “Merlo o Corvo?” e “Scrusciu di ciancianeddri” sono scritte rispettivamente in italiano,un italiano corrente, e in lingua siciliana, le poesie. A me piace definirle entrambe dialettali, non nel senso di una parlata particolare, vernacolare, ma nel significato di discussione (da Diàlektos), perché è proprio questo lo scopo, il fine ultimo dell’Autore: indurci a discutere, a guardarci dentro, a parlare, a prendere coscienza di noi stessi, dei nostri limiti, delle nostre virtù (poche, in verità) e, riflettendo, migliorarci eliminando spigolosità caratteriali che sembrano segnare in negativo, purtroppo, la nostra personalità e il nostro rapportarci con gli altri, ormai convenzionali e talvolta ipocriti. D’altra parte, la distanza tra lingua e dialetto si annulla nel momento in cui la materia trattata viene sublimata, pervasa dallo stampo di chi la pensa, l’armonizza interiormente e le dà la forma espressiva che più gli viene naturale. E in questo senso Agostino si rivela pittore, scultore, musicista sempre dialettale e poeta, cantastorie, prosatore.
Bisognerebbe, per capirci meglio, che il nostro termine canto fosse meno vago e più restrittivo nel significato. Va meglio l’inglese song, che è poesia e canto, canzone, assieme. Ma torniamo ai due testi, dai quali, pur emergendo una visione di fondo disincantata, non troppo idillica della materia trattata, è possibile cogliere il rapporto sereno e armonioso con le cose e una delicatezza di sentimenti che depongono a favore della sensibilità d’animo dell’autore, che sa apprezzare le piccole grandi gioie del vivere quotidiano, i valori sinceri e perciò duraturi che ci sono stati trasmessi dalle generazioni precedenti e che, purtroppo, i giovani sembrano non apprezzare, avendoli sostituiti con il vuoto esistenziale. Da qui l’avversione a certi atteggiamenti, in fondo, solo esteriori e certo modernismo becero che ha portato confusione di ruoli e responsabilità e al misconoscimento della dignità degli altri; e ad un certo modo tutto ciancianese di relativizzare ogni cosa, ogni problema, minimizzando oltre il lecito, per disquisire del sesso degli angeli e accapigliarsi per un nonnulla. Si leggano, a mo’ d’esempio, le poesie Li cantu di lu cuccu , Cu a nenti si metti a nenti si trova e il racconto Merlo o Corvo?. Leggere le poesie o i racconti è sfogliare il nostro album fotografico di famiglia, della grande famiglia ciancianese. In questo modo si possono rivivere tempi di indigenza e ristrettezze economiche, di generosità; di quando l’uovo si dava all’ammalato e il lavoro era “’na cruci” e lo sfruttamento di braccianti e zolfatari inequivocabilmente eccessivo; si potrà gustare l’epopea del vicinato, oggi non più di moda; e rinvenire l’omertà, figlia di una sicura incultura, l’arrivismo, il perbenismo fittizio, un certo malconiugato progresso e modernità vacua; la battuta e l’ironia spontanea, non sempre banale che ci caratterizza e che, se usata con parsimonia, sarebbe sicuramente un pregio e no difetto; i luoghi comuni (es., la suocera, una chi guarda etc) e tante altre foto che parlano di saggezza e di presunzione, di arte e buoni sentimenti, d’amore, di stagioni, di vento, di animali, i quali spesso danno segni di maggiore maturità e consapevolezza o, se volete, assennatezza, degli uomini.
Cfr. la conclusione della poesia “Sceccu”: “Sceccu, tu ha la nomina / ma scecchi cchiù di tia / – chi nuddu si siddìa _ / tra l’omini cci nn’è”! Siam di fronte ad un moralista? Sicuramente no e se ci guardiamo attorno, dovremo convenire che purtroppo questa è la realtà. Il giudizio sugli uomini in Agostino è spesso senza appello; soprattutto su noi ciancianesi verso i quali prevale un sentimento di amore e rabbia, perché il poeta ci vorrebbe più attivi, più intraprendenti; ci vorrebbe vedere volare alto; mentre un’altra nota a nostro demerito è il fuoco di paglia, del quale subito ardiamo, non riuscendo, però, a passare dalle parole ai fatti. Agostino non vorrebbe ascoltare merli o corvi ciarlanti; non vorrebbe sentire scrusciu di ciancianeddi, perché il suono della ciancianedda è flebile, tinnulo, quasi impercettibile; ma una vera banda musicale, impegnata con tutti gli strumenti del nostro cuore e della mente, nella più melodiosa e completa delle sinfonie. Per concludere: due buoni libri, che tutti dovremmo avere a casa e leggere, soprattutto i giovani, che potranno rinvenirvi le radici della loro ciancianesità.

Eugenio Giannone

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